Cibo, Cura, Rispetto: Benessere

“Lo spirito è quella dote che gli animali hanno di amare incondizionatamente l’uomo, di offrirgli i suoi servizi senza sapere se riceverà in cambio altrettanto cibo , cura e rispetto…”

L’animale per stare bene in salute deve trovarsi in uno stato di benessere. Questo principio, da molto dibattuto, ha ancora molta strada da fare, per essere riconosciuto da tutti.

Per capire di cosa hanno bisogno gli animali, dobbiamo rifarci ai recenti studi veterinari riguardanti l’etologia e il comportamento. Infatti noi siamo abituati a giudicare e allevare gli animali in base a una visione “antropocentrica”, dove l’uomo è al centro di tutto e dispone della vita e della morte di chi giudica inferiore a lui, ma soprattutto pensa di capirli e educarli usando parametri che vanno bene invece solo per la specie umana.

Se chiedete a qualcuno cosa intende per benessere del suo animale, risponderà che fornirgli da mangiare, da bere, un riparo e un po’ di affetto è più che sufficiente per potersi considerare un proprietario modello. Ma non è affatto così.
benjy
Facciamo un passo indietro nel tempo e vediamo come si è arrivati a portare all’attenzione dell’opinione pubblica questo difficile concetto .

Nel 1964 Ruth Harrison scrisse un libro “Animal Machine” (Animale Macchina), in cui sollevava la questione “benessere” negli animali allevati intensivamente. In seguito allo scalpore suscitato da questo libro, il governo inglese istituì una commissione di ricercatori per affrontare l’argomento e tra questi c’era anche un veterinario. Per suo merito nl 1979, quasi vent’anni fa, uscì uno dei primi documenti ufficiali relativi al benessere animale, il famoso Brambell Report. Questo enunciava le 5 libertà per la tutela del benessere animale.

Libertà dalla sete, fame e malnutrizione
Disponibilità di un riparo appropriato e confortevole
Prevenzione, diagnosi e rapido trattamento delle lesioni e delle patologie
Libertà di attuare modelli comportamentali normali
Libertà dalla paura e dal distress
(British Farm Animal Welfare Council, 1979)

Se tra queste libertà le prime due sono riconosciute come ovvie e riguardano la protezione degli animali specialmente durante il trasporto e la terza riguarda le competenze “storiche” del veterinario, le ultime due possono essere di difficile comprensione e necessitano di un bagaglio scientifico che dovrebbe essere velocemente acquisito da tutti gli operatori del settore, in primis i veterinari.

Se dunque si afferma al punto 4 “Libertà di attuare modelli comportamentali normali” dobbiamo prima conoscere, attraverso l’etologia, quali sono in natura questi comportamenti.

Il nostro codice deontologico all’articolo n 19 cita: “E’ dovere del Medico Veterinario informare il cliente sullo stato di benessere degli animali visitati:” Questo ci obbliga a comunicare al cliente che cosa al suo animale crea sofferenza fisica e psicologica, disagio, malattia.

Anni fa i veterinari furono definiti “Le belle addormentate del benessere animale” (Odeendall, etolgogo veterinario, riferito più che altro ai colleghi che si occupavano di animali da reddito e cavalli), in quanto insensibili sia alle sofferenze degli animali allevati intensivamente e sia di quelli usati per fini sportivi, anzi complici degli allevatori e del sistema, in nome della massima produzione . Dobbiamo alle associazioni protezionistiche e animaliste se si è riusciti a portare avanti un discorso che andasse oltre la visione cartesiana e meccanicistica dell’animale, che lo relega a macchina produttiva, causando sofferenza e dolore, ma anche la desertificazione del pianeta, in quanto si abbattono foreste per fare spazio a colture di cereali che servono per alimentare i suddetti animali, che a loro volta iperalimentano solo i cittadini dei paesi industrializzati, mentre il resto del mondo muore di fame.

Punto 5 “Libertà dalla paura e dal distress”
Ogni specie nel suo percorso evolutivo ha subito modificazioni e si è adattata all’ambiente, a vivere in spazi più ristretti, ad alimentarsi diversamente, ad accettare di convivere con specie differenti.

Dunque l’animale che, passando da una condizione di adattamento all’ambiente, definito stress, si adegua dal punto di vista fisiologico, si trova in una situazione di benessere. Viceversa, il soggetto che per molteplici motivi non ci riesce, si indebolisce dal punto di vista psicofisico e scivola in una condizione di “distress”.

Per fare alcuni esempi: animali che vivono in spazi ristretti, senza possibilità di fuga rispetto ai soggetti dominanti, situazione che si verifica quotidianamente negli allevamenti intensivi o anche nei canili, subiscono violenze e vessazioni che li portano a malattia e a morte. O animali che entrando in uno stato di paura, in seguito a trasporti, interventi chirurgici, utilizzazione a fini sportivi o abbandono, iniziano a manifestare turbe comportamentali che causano anche notevoli danni economici.

Queste cose non sono scritte sulle confezioni di carne che trovate sotto una luce artificiale, nei banchi del supermercato, perché il consumatore non deve sapere, per esempio, che la carne di vitello da latte viene da piccoli separati subito dopo la nascita dalle madri (perché il latte serve per la vendita), legati a catena e ingozzati di latte in polvere, spesso curati con mix di antibiotici per contrastare diarree e patologie respiratorie, che muggiscono tutto il giorno chiamando le proprie madri.

Il consumatore, in genere la madre premurosa, compra quella carne per il suo bambino e pensa di fare una cosa giusta. Io però metterei delle gigantografie la foto di un vitellino , per svegliare le coscienze, con su scritto “la carne che state per mangiare proviene da qui, questa è la vita che ha fatto e vi alleghiamo la lista dei trattamenti farmacologici effettuati”. Ve la mangereste ancora?