Riflessioni sul benessere degli animali in allevamento

Riflessioni sul benessere degli animali in allevamento

Riflessioni sul benessere degli animali in allevamento a cura della Dr.ssa Carla De Benedictis

 

allevamento intensivo

allevamento intensivo

Il benessere animale in allevamento, appannaggio fino a poco tempo fa solo delle lotte animaliste è oggetto di una crescente attenzione dell’opinione pubblica che ha spinto le istituzioni scientifiche ad occuparsene. Il “Welfare” (stato di benessere in inglese), è così diventato argomento di attualità, al centro di discussioni e dibattiti tra veterinari liberi professionisti e pubblici,allevatori, consumatori e tutti coloro che operano nel settore delle produzioni animali.
Ci sono due modi per affrontare il problema benessere:
• riconoscere che l’animale, qualunque sia la sua destinazione d’uso, carne, latte, compagnia ha una sua dignità e come tale va rispettata.(animale senziente)

la nostra maialina Agrippina

la nostra maialina Agrippina

• Oppure che un malessere dell’animale porta a scarse produzioni e a problemi aziendali e che dunque va risolta per migliorare i guadagni e per ridurre le spese sanitarie.
Trattare bene gli animali in allevamento a prescindere dai risultati che possono dare dal punto di vista economico dovrebbe far parte del cambiamento da un metodo convenzionale ad uno biologico, una conversione anche di atteggiamento nei confronti del mondo animale.
Particolarmente sensibili allo stress e alle brutalità sono le scrofe che potrebbero dare molti problemi al parto legati a una gestione troppo “dura”.
La domanda chiave è : “cos’è per voi il benessere animale?”.

A che prezzo?

A che prezzo?

Le risposte che si ottengono sono sempre le stesse, differenti nella forma, uguali nella sostanza. L’animale sta bene quando può accedere a cibo a sufficienza, acqua da bere, un ricovero adeguato , le cure necessarie e una socialità di specie. I più simpatetici parlano anche di “affetto”.

In braccio alla drssa De Benedictis

Un suinetto in braccio alla drssa De Benedictis

Queste affermazione, se pur giuste, sono incomplete, in quanto tagliano fuori tutta la parte relativa ai problemi posti dai metodi di allevamento convenzionali , che non prendono in considerazione che l’animale ha bisogno di comportarsi il più vicino possibile a come farebbe se fosse libero (etogramma di specie).

La scrofa in gabbia non può farsi il nido e non ha libertà di movimento. Da qui provengono molte patologie del parto e della lattazione

scrofa in gabbia in allevamento intensivo

scrofa in gabbia in allevamento intensivo

Dunque non è sufficiente cibo, acqua, ricovero e cure per parlare di benessere animale.
Facciamo un passo indietro nel tempo e vediamo come si è arrivati a stabilire i parametri di questo difficile concetto e a capire di cosa si tratta.
Nel 1964 Ruth Harrison scrisse un libro “Animal Machine” (Animale Macchina), in cui sollevava la questione “benessere” negli animali allevati intensivamente. In seguito allo scalpore suscitato da questo libro, il governo inglese istituì una commissione di ricercatori per affrontare l’argomento e tra questi c’era anche un veterinario. Per suo merito nel 1979, quasi cinquant’anni fa, uscì uno dei primi documenti ufficiali relativi al benessere animale, il famoso Brambel Report.
Questo enunciava le 5 libertà per la tutela del benessere animale.

1. Libertà dalla sete, fame e malnutrizione
2. Disponibilità di un riparo appropriato e confortevole
3. Prevenzione, diagnosi e rapido trattamento delle lesioni e delle patologie
4. Libertà di attuare modelli comportamentali normali
5. Libertà dalla paura e dal distress (British Farm Animal Welfare Council, 1979

maiale posto in isolamento per le lesioni ricevute in allevamento intensivo

maiale posto in isolamento per le lesioni ricevute in allevamento intensivo

Se tra queste libertà le prime due sono riconosciute come ovvie e riguardano la protezione degli animali , la terza riguarda la responsabilità dell’allevatore e le competenze “storiche” del veterinario, le ultime due possono essere di difficile comprensione e necessitano di un bagaglio scientifico (etogramma di specie) che dovrebbe essere velocemente acquisito da tutti gli operatori del settore, in primis i veterinari.
Perché sappiamo che ogni specie animale ha un diverso comportamento in natura che niente ha a che vedere col comportamento umano.
La branca scientifica che si occupa di studiare i comportamenti degli animali in natura, l’etologia, è importantissima per gli allevatori e per i veterinari in quanto permette di riconoscere se gli atteggiamenti degli animali che curiamo sono fisiologici o patologici.
Se dunque diciamo: “Libertà di attuare modelli comportamentali normali” dobbiamo prima conoscere quali sono in natura questi comportamenti, altrimenti si corre il rischio o di “brutalizzare” o di “umanizzare “ gli animali .

Qualcuno sarà pronto a dire: “ Ma gli animali hanno perso la loro caratteristica selvatica, ormai si sono adattati.” Da un certo punto di vista è vero, ogni specie nel suo percorso evolutivo ha subito modificazioni e si è adattata all’habitat, all’ambiente, a vivere in spazi più ristretti, ad alimentarsi diversamente, ad accettare di convivere con specie che in natura avrebbe cacciato. Ma rimane comunque una buona parte di memoria archetipica, (selvatica, antica) che gli animali conservano e che se lasciata esprimere, gli da la possibilità di vivere una condizione di benessere.

Possiamo dunque definire benessere “ uno stato di salute completo, sia fisico che mentale, in cui l’animale è in armonia col suo ambiente (Hughes 1976).
Dunque l’animale che, passando sotto una condizione di stress, riesce ad adattarsi all’ambiente che condivide con l’Uomo, si trova in una situazione di benessere. Viceversa, il soggetto che per molteplici motivi, non ci riesce, si indebolisce dal punto di vista psicofisico e scivola in una condizione di “distress” , iniziando a manifestare turbe comportamentali, cali delle produzioni e malattie.

Dunque il soddisfacimento di alcuni bisogni porta al benessere.
Il termine “bisogni” è usato per descrivere sia le esigenze essenziali alla vita sia quelle che, senza essere essenziali, sono di significativa importanza per l’animale. Non include invece le preferenze di scarsa importanza per l’animale.

Gli animali da allevamento hanno un insieme di bisogni simili a quelli dei loro antenati selvatici,benché si siano dovuti adattare alla domesticazione. Le esigenze fondamentali come il bisogno di cibo, acqua e riparo vengono soddisfatte dall’uomo e di questo l’animale ne trae un vantaggio, a scapito della libertà. Se queste stesse bestie vengono messe in ambiente naturale controllato dall’uomo, in breve tempo recuperano i loro comportamenti di specie, come i loro simili selvatici. Molte razze selezionate non resisterebbero in ambiente naturale (non selvatico solo naturale) e questo è il motivo per cui un’adeguata selezione delle razze adibite al biologico è importante per non subire perdite economiche

Dunque come il benessere, anche il bisogno è una caratteristica intrinseca dell’individuo. È definito così:
Un bisogno è un’esigenza, che deriva dalla biologia dell’animale, di ottenere una risorsa particolare o di rispondere a un particolare stimolo ambientale o organico. Per fare degli esempi ci sono bisogni particolari ad esempio il bisogno di un suino è grufolare, del pollo razzolare,del cane annusare, del cavallo stare in compagnia,della vacca creare legami di amicizia,del gatto di cacciare,delle pecore pascolare, delle bufale di stare a mollo nell’acqua,dei conigli di scavare gallerie.

Un bisogno comune è muoversi, camminare,sdraiarsi, dormire, cercare il cibo, per gli animale da branco è stare in compagnia. Se rimangono soli, sono disposti anche a stringere amicizia con specie diverse, e questo è un indicatore del loro bisogno.
Sia il cavallo che il cane, pur appartenendo a specie diverse, sono formidabili camminatori, riescono a coprire anche 60’ km al giorno. Si capisce come la vita trascorsa in un box o a catena vada contro i loro bisogni ,a cui non basta certo il lavoro in maneggio o la passeggiatina al guinzaglio col padrone.

 

Riflessioni sul bio

Riflessioni sul bio

Riflessioni sul BIO
bovini paganico (10)

La presenza veterinaria nell’ allevamento ha tra le sue principali finalità la salvaguardia della salute animale ed umana e la tutela del benessere animale, tenendo presenti le esigenze economiche dell’ imprenditore agricolo.
Nell’ allevamento biologico, e più in generale nella zootecnia che voglia perseguire modelli di sostenibilità ambientale e di etica del rapporto uomo-animale, il contributo veterinario dovrà essere di ancor più ampio raggio e interfacciarsi con altre competenze quali quelle agronomiche, zootecniche, ecologiche.
L’ obiettivo primario della produzione biologica non è di tipo quantitativo, ma interessa la qualità delle produzioni stesse e in modo particolare le modalità produttive con le loro conseguenze sull’agroecosistema.
L’ azienda infatti si deve inserire in maniera equilibrata nell’ ambiente, nell’ ottica del mantenimento della naturale fertilità del suolo, la superficie agricola deve essere in relazione al numero di capi allevati e le componenti animale e vegetale si devono integrare, badando al rispetto delle esigenze fisiologiche ed etologiche degli animali.
La gestione sanitaria di tale tipo di allevamento quindi non è soltanto la applicazione dei regolamenti e delle leggi in vigore, ma un modo diverso di salvaguardare la salute animale, tramite un approccio più complesso e articolato.

La comune concezione dell’ azione medica “diagnosi-prognosi-terapia” va ampliata, in quanto in tale tipo di allevamento il ricorso ai mezzi chimici deve essere minimo, e quindi massimo l’ utilizzo di strategie preventive e sistemiche.

I concetti base dell’omeopatia sono perfettamente in armonia con i principi della agricoltura biologica, che sottolineano come la salute degli animali vada tutelata soprattutto in forma preventiva, cercando la miglior interazione possibile tra animali e ambiente.
Il rimedio omeopatico stimola l’organismo a reagire alla malattia sfruttandone le naturali potenzialità di guarigione.
L’applicazione del metodo consiste nel rilevare i sintomi del malato e individuare quella sostanza capace di provocare gli stessi sintomi nell’individuo sano; maggiori sono le similitudini e migliori sono i risultati che si possono ottenere dalla terapia.
L’approccio omeopatico è individuale ma la sua applicazione in campo zootecnico su gruppi dianimali, anche se apparentemente difficoltosa, è in realtà possibile poiché gli animali allevati in gruppo possono essere considerati come un unico individuo e i disturbi manifestati come espressione di una tendenza patologica comune.

Nell’ allevamento biologico il contributo veterinario deve essere di ampio raggio e interfacciarsi con altre competenze quali quelle agronomiche, zootecniche, ecologiche, il ricorso ai mezzi chimici deve essere minimo, e quindi massimo l’ utilizzo di strategie preventive e sistemiche.
I principali approcci medici utilizzabili in tale tipo di allevamento sono omeopatia e fitoterapia.
La medicina omeopatica stimola l’organismo a reagire alla malattia sfruttandone le naturali potenzialità di guarigione, il rimedio omeopatico è altamente specifico del sistema.

Il medico veterinario omeopata dovrà condurre un’anamnesi approfondita del gruppo, indagando anche sull’alimentazione, sulle caratteristiche dell’ambiente fisico e sociale e raccogliendo tutte le informazioni utili per una più precisa identificazione delle peculiarità del gruppo.

L’intensivazione della zootecnia ha permesso la nascita di allevamenti senza terra, con tutto il suo strascico di effetti negativi sull’ambiente e sulla qualità delle produzioni, allo stesso modo l’industrializzazione del mondo agricolo ha generato un tipo di azienda che non solo non prevede la presenza di nessun insediamento zootecnico al suo interno, ma lo considera un peso nell’organizzazione aziendale e nell’ottimizzazione del lavoro, relegando l’eventuale presenza animale al semplice desiderio dell’imprenditore e non ad un preciso piano di sviluppo.

La presenza di un insediamento zootecnico all’interno delle aziende agricole che perseguono il sistema di produzione biologico deve essere considerata una necessità.

da tenere inoltre presente la particolare vocazione all’ allevamento biologico delle zone collinari e montane (razze rustiche, pascoli, produzioni di qualità, attività agrituristiche) nelle quali tale attività può costituire un sostegno allo sviluppo.
In questo momento vi è una forte domanda da parte del mercato di prodotti animali di qualità, che scaturiscano da sistemi produttivi rispettosi dell’ ambiente e del benessere animale.
Gli insediamenti zootecnici italiani, estremamente eterogenei per specie allevate, dimensione, tipo di produzione ha come prima finalità l’erogazione di un servizio alla comunità intera, inteso in termini di qualità ambientale, salute pubblica, benessere animale, cultura, oltre alla produzione di materie organiche ed elementi nutritivi per i terreni destinati alle coltivazioni.

LA LUNGA OMBRA DEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI.

LA LUNGA OMBRA DEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI.

Tratto dalla rivista Il Granulo n 14

A cura di Carla De Benedicts

 

Nell’ultimo numero abbiamo parlato dell’enorme quantità di animali che vengono allevati sulla terra e dei viaggi estenuanti che subiscono per essere trasportati per migliaia di km e macellati in condizioni di stress.

A causa di questo grandissimo numero gli animali, si parla di circa 24 miliardi e 300  milioni sulla terra devono per forza venir allevati intensivamente, altrimenti non ci sarebbe abbastanza spazio per tutti.

Non tutti sanno che proprio l’allevamento intensivo è tra le maggiori cause di aumento di temperatura terrestre.

Da un interessantissimo libro bianco redatto dalla LAV, “cambiamento climatico e allevamenti intensivi”,  si legge che dagli ultimi 50 anni  la temperatura terrestre ha iniziato ad aumentare fino a 1°C e la scienza è d’accordo sull’affermare che questo è dovuto ad attività umane. Studi condotti anche dalla FAO hanno consentito di stabilire che oltre il 51% dei gas serra, denominati Green House Gases, soprattutto metano, anidride carbonica e protossido d’azoto sono causa del riscaldamento globale. Il loro meccanismo di azione consiste nell’intrappolare il calore nell’atmosfera. Gli effetti di questo sono l’aumentata piovosità , lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento del livello del mare con progressiva scomparsa delle coste, esondazioni violente, e la desertificazione di vaste aree dell’Africa, riduzione dello strato di ozono, acidificazione degli oceani con riduzione del ph ed effetto sull’ecosistema.

Gli effetti si fanno sentire anche sull’agricoltura per qualità inferiore delle produzioni, sulle specie animali e vegetali che vanno in via di estinzione, sulla diffusione di malattie.

C’è una stretta connessione tra l’aumento di allevamenti intensivi e produzione di gas serra, infatti per produrre carne e latte in eccesso, si emette in atmosfera GHG

E’ proprio la FAO che nel 2006 esce con un dossier intitolato come il nostro articolo “ livestock’s long shadow (la lunga ombra degli allevamenti intensivi) in cui è stato calcolato che il 51% di anidride carbonica, metano e protossido d’azoto  è emessa dagli allevamenti contro il 14% della attività di trasporto via terra, acqua e mare

Si tratta di una vera emergenza e sono di nuovo tutti d’accordo nel prendere l’unico provvedimento possibile: ridurre al minimo la presenza degli allevamenti intensivi.

Ma come è possibile che gli allevamenti siano la causa di ciò? Una percentuale di questi gas, es CO2  si produce con la respirazione degli animali e di contro sono state tagliati migliaia di ettari di foreste. Come sappiamo le piante hanno la capacità di captare anidride carbonica e trasformarla in ossigeno attraverso la fotosintesi clorofilliana.

Il metano si produce  con i processi digestivi del rumine di bovini, ovini e caprini e dall’evaporazione dei gas contenuti nel letame. Il monossido di azoto, che ha il più alto potere riscaldante tra i tre,  invece proviene dai fertilizzanti chimici usati in agricoltura intensiva e dal letame degli animali che invece di essere usato al posto di questi, viene lasciato inutilizzato ad evaporare nell’atmosfera.

Abbiamo detto che è stata attuata una deforestazione selvaggia, specialmente in Amazzonia e questo per fare posto sempre al grande numero di animali allevati e a coltivazioni intensive .

Lo stesso scempio si compì in America durante il periodo della conquista del west con la decimazione dei bisonti, che stavano rischiando l’estinzione, che erano insieme ai nativi americani, dei fruitori liberi di pascoli, che invece servivano ai coloni americani per installarsi nel territorio e per la grande richiesta di carne da parte dell’Europa.

Ma una buona parte delle foreste dell’amazzonia è stata tagliata per far posto ad agricoltura intensiva di soia, che serve poi per…alimentare i bovini.  Un terzo delle coltivazioni mondiali è utilizzato per produrre cereali e foraggi per animali e un 20% dei terreni mondiali è desertificato per via del troppo sfruttamento.

LA SOLUZIONE: per la FAO le emissioni di gas serra devo essere dimezzate al più presto e dunque bisogna ridurre drasticamente il numero degli allevamenti intensivi e  il  consumo di prodotti di origine animale.  Se ogni paese riducesse solo del 10% i consumi di carne questo equivarrebbe per ogni italiano alla diminuzione di 8 kg annui, ovvero di 150 g a settimana sostituendo la porzione di carne con un piatto di legumi. Sostituire cioè un piatto di proteine animali  con proteine vegetali. In parole povere un piatto ricco di proteine vegetali riduce dalle 10 alle 30 volte l’emissione di gas serra rispetto a quelle animali..

Sulla salute questo ha degli effetti notevoli.le proteine vegetali non contengono colesterolo e grassi saturi, deleteri per l’organismo.  I cereali e  legumi possono fornire tutti gli amminoacidi essenziali nelle giuste proporzioni rispettando la nostra tradizione mediterranea, basti pensare alla pasta e ceci o alla pasta e fagioli (senza cotiche!).

Poi i legumi contengono pochi grassi, molta fibra e discrete quantità di calcio e fosforo, vit B e freschi anche vit C.

Anche i nostri animali consumano troppa carne, che proviene dagli scarti delle produzioni intensive sotto forma di pet food, crocchette e scatolame.

Se vogliamo consumare della carne che non abbia un grande impatto ambientale la scelta delle produzioni biologiche è senz’altro la più sostenibile e di queste prediligere chi cura gli animali omeopaticamente.

Un Caso Di Mastite Nella Pecora

Un Caso Di  Mastite Nella Pecora

BATTISTI (1)

BATTISTI (42)

Vengo chiamata una mattina da un piccolo allevatore  a causa di una pecora che a suo parere aveva l’indigestione.  Vuole sapere per telefono cosa può darle e io gli rispondo che non faccio visite telefoniche, le bestie le devo vedere.  “Sono già tre giorni che sta male, venga subito allora! “ dice con tono perentorio. Devo dire che in tanti anni di professione ho affinato le tecniche del self control e gli dò un appuntamento dopo 2 ore.

E’ una grossa pecora di razza comisana, con due abbacchi bellissimi. Dato che aveva finito il mangime, il proprietario le ha dato un bel po’ di schiacciato per cavalli provocando acidosi ruminale e un blocco del rumine; le era già stato somministrato, come si fa un questi casi, bicarbonato di sodio e lievito di birra con risultati nulli. E’ sdraiata per terra occhio fisso,non va di corpo da tre giorni, è molto sofferente e non è gonfia. La temperatura è di 41°C non è difficile diagnosticare oltre all’acidosi ruminale, una mastite provocata da errore alimentare. Nelle pecore è quasi sempre mortale e iniziare il lunedì con un sicuro insuccesso, mi deprime un po’. Mentre sono lì inizia a evacuare feci molli, mucose e scure. Scelgo di non farle subito l’antibiotico, perché le condizioni di tossicosi e disidratazione erano gravi e nella mia esperienza organismi con poca energia vitale non reggono l’aggressione dell’antibiotico.  E’ una scelta rischiosa e criticabile, ma molte sono le pecore e le capre che mi sono morte in seguito a ciò, nonostante infusioni in vena di liquidi.

  Il rimedio da me scelto è Arsenicum album 30 Ch in gocce sciolte in acqua e somministrato ogni ora con la bottiglietta del Gatorade, che ho trovato molto utile anche nei maiali. La mattina dopo, presto, il proprietario mi chiama che la bestia sta male e la vuole sopprimere. Vado, la rivisito: sta cominciando a reagire, il rumine si muove un pochino, ha diarrea, è molto sofferente, la mammella è dura gonfia, rossa, dolente, esce un essudato giallino scuro, la febbre è a 40°.  Mentre il proprietario sbraita perché pretende che io la sopprima, preparo l’antibiotico e somministro Belladonna 200ch  intervallata da  Pyrogenium 5ch (avevo solo quella potenza a disposizione)  ogni mezz’ora. Vado via con un cancello che mi si chiude alle spalle rumorosamente, e lui che grida “ Che si crede, io ho esperienza delle bestie, questa muore, perché farla soffrire? “  Solo dopo scoprirò il motivo di tale arrabbiatura…

La mattina dopo sul tardi ricevo una telefonata: “Dottoressa buongiorno, sono il padre della pecora!”   Da lì intuisco che è ancora viva  “  Allora come va?   E’ in piedi e mangia ! Mi precipito sul posto e sembra un miracolo vederla in quelle condizioni. Benedico l’omeopatia, Samuel e la mia fede… La febbre è scesa a 38° e mezzo,la bestia si corica sul lato più colpito, la mammella  è un ammasso duro,dolente rischia di andare in necrosi. Impongo ai proprietari di mungerla più volte al giorno e cambio terapia somministrando  Phytolacca 30 ch e Bryonia 30 ch ogni ora, naturalmente con antibiotico e lievito di birra per affrettare la ricostituzione della flora microbica ruminale danneggiata dall’acidosi. Dico al proprietario di fare tutto con scrupolo,perché se va bene scrivo un articolo sul giornale. Questa cosa lo gratifica  molto e sarà un grosso incentivo per il seguito della storia.

Dopo 2 giorni ritorno, la bestia sta bene ma la mammella è malandata, ancora dolente anche perché gli abbacchi cercano comunque di alimentarsi, non amando molto il latte artificiale che gli era stato somministrato fino a quel momento.

Aggiusto  la terapia  Bryonia 1000 ch e Phytolacca 200ch mattino e sera per 4 giorni
Durante questa terapia la mammella ha ripreso la sua funzionalità completa nel quarto destro e per metà nel quarto sinistro. Dopo 9 giorni somministro Bryonia XMK una volta al giorno per 7 giorni.

Dopo altri 9 giorni la ricontrollo e sta veramente meglio e il proprietario dice che comunque la vuole macellare perché la mammella è rimasta un po’ dura. Lo capisco, ad una successiva gravidanza la percentuale di sviluppare un’altra mastite è molto alta. Gli abbacchi, ormai cresciuti sono bellissimi e ancora ciucciano .Lei pascola al prato insieme a resto del gregge ed è una madre premurosa.  Mi dispiace, vorrei allungarle la vita e gli chiedo di aspettare somministrandole  Conium maculatum 200 ch una volta al giorno per 10 giorni.
Vado a rivederla e l’ammasso duro si è ridotto alle dimensioni di un grosso  pugno.

Insisto e gli prescrivo Conium Maculatum 1000 ch la dose unica sciolta dentro la bottiglietta per 7 giorni..  Alla visita successiva (ormai è un piacere intrattenermi con il sg. Antonio )  l’ammasso si è ridotto della metà, ma certo non è sparito.  E’ durante la conversazione che il proprietario mi  racconta l’esperienza orrenda che ha vissuto durante  la colica del suo cavallo, che a quanto pare si è presentata subito chirurgica e che per incompetenza nel formulare una diagnosi certa, è morto con atroci dolori.

Sono contenta che abbia riacquistato la fiducia nella nostra categoria e mi permetto di dirgli
“ dica la verità, ha pensato che fossi matta quando le dicevo che quelle palline  avrebbero salvato la vita alla sua pecora? Risposta “ Dottorè il mondo l’hanno fatto i matti, mica quelli normali!”

Ringrazio il sg.Antonio  perché senza i proprietari collaborativi, l’omeopatia sugli animali non potrebbe essere realizzata con successo.

Criterio Per La Scelta Dei Rimedi Durante Il Caso Esposto

Ho deciso di usare due rimedi contemporaneamente, metodo incorretto dal punto di vista unicista,  seguendo il mio istinto  davanti a  un caso acutissimo in una specie in cui questo tipo di patologia porta nella maggior parte dei casi alla morte del soggetto. L’uso dell’antibiotico, che di per sé non è risolutivo, è un mio dovere e un diritto da parte di chi mi chiama di avere a disposizione tutti i metodi di terapia disponibili per salvare la vita a un animale.

ARSENICUM ALBUM  per intossicazioni di origine alimentare

BELLADONNA  per i segni classici dell’infiammazione e per la violenza dei sintomi

PYROGENIUM  per la febbre di origine settica

PHYTOLACCA  per il dolore iperacuto, gonfiori ghiandolari con calore e infiammazione, mammelle dure e dolenti

BRYONIA   perché si corica sul lato malato e la temperatura è scesa  e ha  grande sete

CONIUM   per indurimenti e ingrossamenti ghiandolari  mammelle lasse dure e dolenti

Dott.ssa Carla De Benedictis
Medico Veterinario
Velletri   Roma